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L'ARCANO DEI CORPI


di La-mandria
11.09.2026    |    578    |    4 8.0
"La donna severa, racchiusa nel suo mantello blu notte, seduta tra le due colonne del tempio, con il libro chiuso sulle ginocchia e il velo che le copriva la fronte..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


La pioggia su San Lorenzo non è un evento atmosferico: è un peso che cala dai tetti di tegole vecchie e marce, un'umidità che si infila nelle ossa prima ancora che nei vestiti. A Roma, quando piove così, la città si restringe. Le strade si svuotano dei motorini e dei tavolini di plastica dei bar, e quello che resta è un fondale buio, quasi teatrale, fatto di intonaci scrostati e lampioni arancioni che riflettono sull'asfalto lucido.
Nell'attico al quarto piano senza ascensore, l'aria sapeva di cera d'api colata e lasciata raffreddare, di tabacco biondo consumato dentro a un posacenere di coccio e di quel ferro bagnato che portano i cappotti quando la lana si inzuppa.
Agnese non aveva l'aria di una che vendeva il futuro alle signore annoiate dei Parioli. Aveva trentacinque anni, un caschetto geometrico tagliato netto sulla linea della mascella e una bocca che sembrava sempre sul punto di dire una cattiveria o di ridere di te.
Indossava un abito di seta color petrolio, una di quelle stoffe pesanti che non perdonano niente, che aderiscono alle curve come una seconda pelle fredda e traditrice. Non aveva anelli alle dita. Le sue mani erano lunghe, con i palmi larghi e i polpastrelli callosi, la pelle liscia ma secca di chi maneggia carta ruvida tutto il giorno.
Davanti a lei, sul tavolo di noce ricoperto da un panno di velluto bordeaux consumato agli angoli, c'era il mazzo.
Erano Visconti-Sforza originali, o quantomeno una copia così vecchia e pesante da sembrare piombo. I bordi erano dorati, consumati dall'uso e dal sudore di chi li aveva toccati prima di me, prima di lei, decenni o secoli prima.
«Non ti ho chiesto di venire qui per sapere se troverai lavoro o se il tuo ex ti manderà un messaggio», disse Agnese.
La sua voce era bassa, roca di fumo e di sonno arretrato, una di quelle voci che non hanno bisogno di alzarsi per riempire una stanza.
Non mi ero mossa dalla sedia di paglia impagliata male che scricchiolava a ogni minimo spostamento del mio peso.
«E perché mi ci hai voluta, allora?» chiesi.
La mia voce era troppo alta, stonata in quel silenzio denso in cui si sentiva solo il ticchettio sordo delle gocce d'acqua sul vetro della mansarda.
Agnese alzò gli occhi. Erano di un verde così scuro da sembrare neri alla luce fioca della lampada da terra con il paralume in stoffa gialla.
Mi fissò per un tempo che sembrò dilatarsi, un tempo in cui il respiro smise di essere automatico e divenne un calcolo da fare con attenzione.
«Volevo vedere che faccia fai quando capisci che non c'è nessuna via d'uscita», rispose.
Non sorrideva.
Spostò il mazzo verso di me con un gesto secco, quasi brutale. I cartoncini scivolarono sul velluto con un fruscio denso.
“Mescolali”, disse il movimento della sua mano, senza bisogno di aggiungere altro.
Allungai le braccia.
Le maniche del mio maglione di lana grossa si tirarono sui polsi. I suoi occhi seguirono il gesto, scesero dalle mie mani fino alla scollatura, con una freddezza clinica che aveva però l'intensità di un urto fisico. Quando toccai le carte, il cartone era freddo, quasi umido. Le mescolai seguendo un ritmo disordinato, le lamine che si accavallavano, i re, le regine, i pendagli e le spade che sparivano per poi tornare a galla.
«Basta così», mormorò Agnese, fermandomi il polso con le dita.
Il suo contatto fu improvviso. La sua pelle era bollente, in netto contrasto con il freddo della stanza e del mazzo. Non strinse forte, ma il suo pollice si posò esattamente sopra l'arteria del mio polso, immobile, a sentire i battiti accelerati del mio cuore che sembravano essersi spostati lì, sotto le sue dita.
«Ora scegline tre», ordinò, senza allontanare la mano. La sua bocca era a pochi centimetri dalla mia linea di visione, abbastanza vicina perché potessi sentire l'odore del tabacco mescolato alla menta forte delle gomme che masticava prima di aprire lo studio. «Con la sinistra. Quella che pesa di più.»
Non respiravo. Trattenni l'aria nei polmoni mentre la mia mano scivolava sul dorso delle carte sparse. Le dita di Agnese rimasero lì, pesanti sul mio polso, a farmi da contrappeso. Scelsi la prima carta, la tirai fuori dal mucchio e la rovesciai sul panno bordeaux.
Il Bagatto.
Il giovane giocoliere dipinto a tempera aveva sul banco le sue monete, le coppe, le spade e i bastoni. Aveva l'aria furba di chi sa truccare i dadi prima ancora che la partita cominci.
Agnese lasciò finalmente il mio polso, ma il calore della sua presa rimase lì, un cerchio rosso e pulsante sulla pelle.
Si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo, riducendo quasi a zero la distanza tra i nostri visi. Il profumo del suo collo — ambra scura, sapone di Marsiglia e un sudore leggero, pulito — mi riempì la gola.
«Tu credi di essere quella che tiene i fili», sussurrò Agnese, fissando la carta e poi di nuovo me, con una spietatezza che sapeva di sfida. «Pensi di maneggiare gli strumenti, di decidere dove andare, cosa dire, chi amare. Ma sei solo il tavolo su cui qualcun altro sta giocando.»
«E tu saresti quella che gioca?» le chiesi, sfidandola a mia volta, stringendo i denti per non arretrare con la sedia.
Agnese inclinò la testa di lato. Il caschetto nero le scivolse sulla guancia, scoprendo un orecchio piccolo, con un minuscolo punto luce d'argento sul lobo.
«Io sono quella che ribalta il tavolo», disse.
La seconda carta scivolò giù dal mazzo senza che lei la scegliesse davvero, come mossa da un soffio d'aria invisibile.
La Papessa.
La donna severa, racchiusa nel suo mantello blu notte, seduta tra le due colonne del tempio, con il libro chiuso sulle ginocchia e il velo che le copriva la fronte.
Il silenzio tra di noi si fece più pesante, quasi viscoso.
La pioggia fuori continuava a battere con quella regolarità snervante, ma dentro la stanza il rumore del jazz gracchiante del grammofono era finito da un pezzo, lasciando spazio solo al crepitio della stufetta elettrica nell'angolo e al nostro respiro che cominciava a sincronizzarsi, volente o nolente.
«Questa è la parte che non racconti a nessuno», dissi io, indicando la Papessa con la punta del dito. La mia mano tremava appena, un tic quasi invisibile che però non le sfuggì.
Agnese abbassò lo sguardo sul mio dito, poi risalì lentamente lungo il braccio, risalendo la stoffa del maglione, sfiorando la spalla fino a fermarsi di nuovo sul mio mento. Le sue dita erano dure, callose nei punti giusti, la presa ferma ma priva di violenza, carica di una concentrazione assoluta.
«Quello che non racconto è che non c'è nessun segreto», mormorò lei, la voce che le tremava appena, tradendo una crepa in quella corazza di cinismo romano. «C'è solo quello che ci ostiniamo a non voler vedere finché qualcuno non ce lo sbatte in faccia.»
La terza carta rimase sul fondo del mazzo.
Agnese non me la fece pescare.
La prese lei, con un movimento secco e definitivo, e la sbatté sul panno di velluto.
Gli Amanti.
Ma era rovesciata. Il sole sopra le loro teste non splendeva; i corpi erano rigidi, rivolti in direzioni opposte, bloccati in un bivio che non portava da nessuna parte.
Nessuna delle due guardò la carta. I nostri occhi erano rimasti agganciati l'uno all'altra, intrappolati in uno spazio troppo stretto per due persone.
Il tavolo di noce sparì. Non ci fu un momento preciso in cui decidemmo di buttare via tutto, di fare spazio tra le tazze di tè freddo e i mazzi di tarocchi sparsi.
Fu Agnese a spingere indietro la sua sedia con un tonfo sordo che fece saltare il mazzo sul pavimento. I cartoncini volarono ovunque, sparpagliandosi sul parquet di rovere come foglie secche.
Mi ritrovai con la schiena contro i cuscini del divano basso che occupava la parete di fondo della mansarda, schiacciata dal peso del suo corpo. Agnese era salita a cavalcioni su di me, le ginocchia piantate ai lati dei miei fianchi, la seta dell'abito petrolio che si era arricciata alta sulle cosce, scoprendo la linea tesa e muscolosa delle gambe.
Il suo respiro era caldo, cattivo, profumato di quel tabacco biondo che sapeva di cenere e di pelle viva.
«Sei venuta qui a farti dire il futuro», mi sussurrò a un centimetro dalle labbra, la bocca che le tremava per la rabbia o per qualcos'altro che non aveva nome. «Adesso ti spiego come va a finire.»
Le sue mani mi presero il volto, i palmi larghi che mi stringevano le guance costringendomi a guardarla dritta dentro quel verde scuro, senza poter distogliere lo sguardo, senza avere un posto dove scappare. Non c'era niente di dolce in quel gesto. Era un sequestro, un atto di possesso brutale e lucido, la stessa precisione chirurgica che usava per girare le carte sul tavolo, ma applicata alla carne, alla materia viva.
La baciai prima che potesse dire altro. Fu uno scontro di denti, un impatto duro che sapeva di ferro e di saliva, un azzannarsi disperato che non cercava la dolcezza ma lo scontro. La sua bocca si aprì sotto la mia con un sospiro strozzato, un suono animalesco che le morì in gola mentre le sue mani scivolavano via dal mio viso per affondare nei miei capelli, tirandomi la testa indietro con una forza che mi tolse il fiato.
Il mondo fuori da quella stanza cessò di esistere. Non c'erano più i tetti di San Lorenzo, non c'era la pioggia, non c'erano le chiromanti, i clienti delle otto di sera o i tarocchi calpestati sul pavimento. C'era solo l'attrito dei nostri corpi che si scontravano con la violenza di due correnti elettriche messe a corto circuito.
Le mie mani le cercarono la schiena, infilandosi sotto la seta fredda dell'abito, aggrappandosi alla carne nuda, alle scapole che fremevano a ogni mio tocco.
La pelle di Agnese era bollente, sudata, percorsa da brividi che non riusciva a controllare. Ogni suo movimento era un comando, un affondo deciso che mi costringeva ad inarcare la schiena contro i cuscini del divano, cercando un contatto sempre più assoluto, più carnale, senza sconti.
I nostri vestiti diventarono un ostaggio inutile, un intralcio da strappare via con la forza della disperazione. La sua bocca scese lungo il mio collo, mordicchiando la pelle della gola con una fame antica, lasciando scie umide e brucianti che mi facevano gemere sottovoce, con la voce rotta dall'ansia e da un piacere che saliva cieco, viscerale, senza grazia ma pieno di una verità spietata.
Agnese premette il suo bacino contro il mio, un attrito sordo e pesante che cancellava ogni pensiero razionale. Non c'era spazio per la gentilezza tra di noi. Eravamo due forze che si cercavano per distruggersi o per salvarsi, senza sapere quale delle due cose fosse la più importante. Le sue unghie mi graffiarono le braccia, tracciando linee sottili e calde che bruciavano sulla pelle scoperta.
«Guardami», ripeteva tra un bacio e l'altro, la voce ridotta a un soffio rauco che sapeva di comando e di preghiera. «Guardami, cazzo.»
E io la guardavo, perdendomi in quel nero verde dei suoi occhi, mentre il suo corpo si muoveva sopra di me con un ritmo implacabile, un crescendo calibrato che ci portava dritte verso il baratro. Ogni spinta era un colpo dato a tutte le nostre difese, alle nostre vite parallele, alle stanze vuote, alle parole non dette fuori da quella mansarda.
Quando il corpo di Agnese si irrigidì in un sussulto violento, stringendomi le cosce con una forza disperata e lasciando andare la voce in un urlo basso, strozzato contro la mia spalla, la seguii nel vuoto. Fu un tonfo sordo, un'esplosione cieca che ci lasciò entrambe svuotate, immobili, ansimanti, con le fronti incollate dal sudore e i cuori che battevano all'unisono contro lo stesso petto.
Il silenzio che tornò nella stanza fu enorme.
Rimanemmo distese lì, sul pavimento duro della mansarda, in mezzo alle lamine dorate dei tarocchi calpestati e sparpagliati ovunque.
Le braccia di Agnese mi stringevano ancora i fianchi con una presa possessiva, come se temesse che, mollandomi la presa, sarei svanita come un fumo di cera.
Fuori, la pioggia continuava a lavare i tetti di Roma, implacabile e sorda, mentre dentro, nel buio di quell'attico dimenticato da Dio, avevamo smesso di farci predire il destino. Ce l'eravamo cucito addosso, punto su punto, senza più bisogno di una carta a decidere per noi.

Vacca 24
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